“RIFORME” UN CONTROSENSO SEMANTICO

LA BUONA SCUOLA

Cagliari -

Uno dei più grandi delitti commessi dai governi che si sono succeduti nell’ultimo trentennio è stato quello di aver fatto perdere il senso delle parole. “Le parole”, si diceva una volta, “sono pietre”, nel senso che ad esse doveva esser attribuito il loro significato originale, poi è arrivato il berlusconismo e le parole hanno perso il loro senso originario, sono diventate aria; aria da interpretare secondo il libero arbitrio di chi le pronuncia o di chi le sente pronunciare. Un delitto che nessun codice penale prevede e perciò non è sanzionabile da nessun tribunale e appunto per questo è tanto più grave e merita di essere sanzionato dai corpi sociali.

Sindacati compiacenti e molte volte complici, partiti politici, anche quelli che osano definirsi “riformisti” con qualche venatura di “sinistra” e tutta la stampa all’unisono, ci avevano raccontato che la lotta di classe era terminata e lo facevano nel momento in cui una classe (quella dominante) sferrava per mezzo del suo comitato d’affari (la BCE, la TROIKA, e la loro dependance italiana rappresentata dal suo governo) il più violento attacco ai diritti dei lavoratori dipendenti e dei pensionati, a riprova che trattandosi di una guerra (quella della lotta di classe) i diritti non sono mai acquisiti, ma che hanno bisogno se li si vuole mantenere di altre lotte per allargarli ed estenderli anche a chi non ne usufruisce.

Mi riferisco in questo caso alla parola “riforma”: Tutti i governi che si sono succeduti si sono prodigati a fare riforme, riformare, tutto: dal diritto di lavoro, alla costituzione alla scuola. Visto l’abuso che si è fatto di questo sostantivo, andiamo allora a vedere il significato che la Treccani le attribuisce: “modificazione sostanziale volta al miglioramento, attuata con metodo non violento, di un'istituzione, un ordinamento, ecc.” e allora sentendo pronunciare la parola riforma ci verrebbe semplice pensare alla riforma agraria degli anni 50 allo statuto dei lavoratori del 70, all’istituzione della scuola media unica, alla nazionalizzazione del servizio sanitario nazionale, dell’ENEL, o anche alla statalizzazione di una miriade di piccole e grandi fabbriche sotto il controllo dell’IRI, ed invece si da il caso che le riforme dell’ultimo trentennio altro non siano che controriforme, un modo violento di riportare le lancette dell’orologio indietro nel tempo. Si procede nella svendita del patrimonio immobiliare pubblico, di case automobilistiche, di interi settori di industria a privati e si chiamano riforme. Anzi: “lenzuolate di riforme” per dirla con un ministro dell’epoca. Si smantellano diritti che i lavoratori per mezzo di lotte e sacrifici avevano conquistato e li si svende sotto la voce di riforma meglio se pronunciate in inglese, Si cercano dei capri espiatori su cui far confluire il malcontento che serpeggia fra le classi meno abbienti. I pubblici dipendenti smettono di essere l’ossatura dello stato e vengono classificati come fannulloni per darli in pasto al pubblico ludibrio. Si creano, ad arte, fenomeni deviatori in politica e li si chiamano movimenti. I salotti televisivi si incaricano di creare “uomini immagine” ad uso e consumo del “sistema”, tutto insomma deve rimanere interno ad esso, recintato nel perimetro che viene costruito “altrove” nelle capitali finanziarie. Un circo Barnum, che deve servire da “arma di distrazione di massa” per escludere dai poteri decisionali i lavoratori: Per loro si arriva perfino a rendere lecito il caporalato, il lavoro a progetto, l’apprendistato permanente.

In questo turbinio di contro riformismo non poteva mancare la “madre di tutte le riforme” così come piace chiamarla a governo Renzi: quella della scuola: Una “riforma” che viene preceduta da annunci roboanti “assumeremo 150.000 persone”.” Tutti i precari avranno un posto fisso” ecc.. e si trascura di parlare delle classi pollaio con 30 e più alunni, che diventeranno sempre più pollaio in virtù della rigidità con cui si formeranno le classi, del turn over non rispettato negli ultimi anni.

Poi si passa dagli annunci ai fatti e ci s’accorge che di sicuro c’è che verranno aumentati i contributi per le scuole private, che si procede con l’accorpamento delle scuole, che i presidi avranno più poteri divenendo di fatto dei piccoli podestà, che si procede insomma con la politica “dei risparmi”, che gli insegnanti continueranno ad essere i meno pagati d’Europa, che continuerà aumentando lo sfruttamento della forza lavoro degli addetti alle pulizie, che l’edilizia scolastica continuerà a languire, che le scuole continueranno ad essere dei luoghi poco sicuri.

E questo mentre aumentano le tasse scolastiche, diminuiscono i contributi per i libri di testo, per non parlare delle tasse universitarie. Si intensificano, frattanto i corsi di qualificazione professionale a tutti i livelli.

Si vuole ritornare, insomma, a quella che una volta si chiamava “scuola di classe”. chiamandola “buona scuola”. Una (contro)riforma pensata per riportare le lancette dell’orologio indietro e che porteranno in porto se non si verificherà una forte opposizione di tutti i soggetti interessati ed in primo luogo da parte del personale della scuola.