No alla guerra. No alla guerra alla Siria!

Cagliari -

Alla vigilia delle consultazioni elettorali per l’elezione del presidente e del parlamento dell’Egitto, la signora Clinton, allora ministro degli Esteri degli USA, se ne uscì con un’affermazione che lasciò di stucco molti osservatori: “ Chiunque vinca fra i contendenti ha poca importanza. Un vincitore certo c’è già; e sono gli USA”.

Lo stupore degli ascoltatori era dato dal fatto che quelle elezioni, le prime libere e democratiche, nel senso borghese del termine, avvenivano dopo un trentennio di satrapia Mubarakiana, essendosi dimostrato questi un fedele alleato degli USA e dello Stato sionista israeliano.

I motivi dello stupore erano giustificati dal fatto che Mubarak era stato cacciato da una rivolta popolare che tanti commentatori ascrivevano al filone delle “primavere arabe”. Un eterogeneo movimento popolare che prese piede dalla Tunisia, per espandersi alla Libia fino ad arrivare al Bahrein.

Un movimento talmente eterogeneo in cui trovavano posto gruppi e persone democratiche, nel senso occidentale del termine, ed altri che si riconoscevano nella galassia Al Qaedista. I fratelli musulmani assunsero in Egitto una posizione “attendista” mentre giovani e meno giovani venivano trucidati in piazza dalla polizia di Mubarak loro continuavano nelle loro attività aspettando l’esito degli eventi.

Poi, ed è cronaca di questi giorni, qualcosa è andata storta: i fratelli musulmani vinsero quelle elezioni, (ricordiamolo le prime libere e democratiche nel senso borghese del termine) grazie all’ascendente che essi si erano conquistati fra le masse popolari, specialmente le più derelitte, sopperendo alla mancanza di stato sociale con il loro sostegno economico (grazie alle laute elargizioni che venivano loro dall’Arabia Saudita e dagli altri stati e staterelli dell’emirato).

I fratelli musulmani dopo aver vinto le elezioni si comportarono esattamente come il loro predecessore e, in ossequio alle direttive che venivano loro dettate dagli “organismi internazionali” attuarono una serie di politiche liberiste finendo così di rapinare le masse popolari più deboli, quelle che dovevano essere i loro referenti. Lasciando ai vertici delle forze armate gli stessi comandanti che c’erano in precedenza non hanno interrotto il cordone ombelicale che legava queste con lo stato d’Israele e con gli Stati Uniti.

  Sotto la spinta di dimostrazioni di massa e in virtù del malcontento popolare che loro stessi non avevano impedito che si alimentasse, si è verificato, nell’indifferenza, e con la compiacenza delle diplomazie occidentali, il colpo di stato che ha portato i generali egiziani al potere.

Già… gli Stati Uniti d’America che ruolo giocano in questo contesto? Non dimentichiamo che essi, dopo il famigerato 11 settembre del 2001 si sono arrogati il compito di “gendarme mondiale”. A dire il vero avevano cercato di farlo anche prima: La Corea, il Vietnam, la Cambogia, il Laos, per non parlare delle guerre sporche combattute “nel giardino di casa” (colpi di stato e insediamento di governi fantocci in America Latina), ma dopo l’11 settembre e grazie al fatto di potersi autoincoronarsi come “unica superpotenza” (si era verificata l’implosione dell’URSS) pensavano di essere in grado di gestire l’”ordine” mondiale.

E così scatenarono l’aggressione irachena: come si fa a chiamare guerra quello che è stato un massacro? Una guerra condotta da un solo esercito (quello occidentale) contro la popolazione civile irachena, contro le infrastrutture di quello stato per ridurlo allo “stato dell’età della pietra (Bush sr dixit). E l’Italia, buona ultima, non s’è tirata indietro! Troppo ricco si presentava il bottino perché l’imperialismo straccione italiano pensasse di poter fare a meno delle briciole.

 Il motivo del contendere era dato dal fatto che Saddam Hussein possedeva “armi chimiche in grado di distruggere centinaia forse migliaia di persone”.

Una fandonia che poi s’è dimostrata tale. Ma cosa importa? Oramai lo stato irakeno non esiste più.

Esistono dei protettorati: Quello kurdo (sotto la protezione degli USA), quello centrale che, “ufficialmente” esprime il governo centrale che però risulta essere filo iraniano e c’è poi l’onnipotente Arabia Saudita e Qatar che, a suon di bombe (un paio la settimana) ricordano che nel gioco ci sono anche loro.

 E all’Iraq non poteva non seguire qualche altro stato, se non altro per far sì che non si arrugginissero gli arsenali militari che l’Occidente aveva in serbo: ed ecco l’Afghanistan. Anche qui si è trovato non solo un movente ma perfino l’avvallo dell’ONU! Si dovevano stanare i “terroristi” che si nascondevano in quel Paese e soprattutto Bin Laden.

Ora occorrerebbe ricordare che fra gli attentatori delle Torre gemelle non vi era nessun cittadino afghano, quelli che ci hanno presentato come “colpevoli” terroristi (post mortem) erano per la maggior parte cittadini sauditi ma stranamente la guerra venne fatta all’Afghanistan. Sono i misteri del potere!!

La Libia: uno dei tre paesi (assieme all’Iraq, e la Siria), laico (meno confessionale), a tre passi dall’Italia, il cui presidente risultava essere un tipo eccentrico e non solo nel modo di vestire e di interpretare sia il corano come il socialismo, ma “eccentrico” per il fatto che da un pò di tempo vagheggiava di una banca africana. Parlava di Nazione Araba, di sviluppo autoctono, che riusciva ad assicurare un relativo benessere a tutti i suoi cittadini e perfino a 2 milioni di immigrati. Sì decisamente insopportabile per le cancellerie occidentali un tipo così e lo fecero fuori rifornendo militarmente prima un esercito di mercenari e militari traditori e, visto che essi si dimostravano incapaci di assolvere allo scopo usarono i propri eserciti e le loro aviazioni finendo col massacrarlo fisicamente perché fosse d’esempio per altri che sognassero minimamente di intraprendere la strada che lui aveva intrapreso. Quella di uno sviluppo autoctono sganciato dai poteri mondiali.

La Libia si trova ad essere adesso in una situazione non dissimile da quella irakena. “Libia divisa est in partes tres”, avrebbe detto Cesare. Come la Somalia. Come la Yugoslavia.

Come potrebbe essere domani la Siria se i giochi di Obama (premio Nobel per la pace!!) e del “socialista” Hollande andassero in porto. Ma, a volte, i giochi anche quelli pensati bene ed a lungo tempo (secondo un rapporto CIA diffuso da Snowden già dal 2006 il Pentagono progettava un’aggressione alla Siria), sono difficili da realizzare per tutte le variabili che vi si frappongono e questa volta sembra che vi siano due macigni: che si chiamano Russia e Iran oltre agli Hetzbollah libanesi.

Nessuno di questi due stati sembra intenzionato a mollare l’alleata Siria. Per ragioni di geopotenza l’una per motivi di sopravvivenza l’altra. L’Iran sa perfettamente che il boccone grande e prossimo, dopo la Siria, sarebbe l’Iran appunto. Ma vediamo quale è la situazione attuale in Siria: ci dicono che lì starebbe per scoppiare una guerra e mentono: in Siria è già guerra da oltre due anni.

Il Paese è già insanguinato dalla morte di migliaia di persone, vittime di un'atroce guerra civile. Una guerra civile dove le "Grandi Potenze" non arriveranno nelle prossime ore ma sono già presenti dall'inizio. Turchia e Libano del Nord (Tripoli e Akkar): offrono ospitalità a combattenti, servizi logistici e contrabbando di armi, spie e uomini; inoltre ospitano le famiglie dei combattenti siriani come rifugiati e le utilizzano presso i media; Qatar: finanzia sia l’approvvigionamento in armi che la disinformazione attraverso la sua tivù satellitare Al-Jazeera e altri canali (Al Jadeed in Libano, On Tv in Egitto, Orient Tv ospitata in Egitto e in altri paesi); Giordania: lavoro di intelligence, contrabbando di combattenti, ospitalità per le loro famiglie come rifugiati, e loro uso presso i media; Egitto, Tunisia, Libia, Afghanistan, Pakistan, Cecenia: forniscono combattenti jihadisti (fra gli altri il giornalista britannico Robert Fisk ne ha incontrati molti ad Aleppo); Francia e Gran Bretagna: lavoro di intelligence, telecomunicazioni high-tech e spionaggio.

Il 28 Maggio di quest'anno la Rete Italiana per il Disarmo ha denunciato che i Paesi dell'Unione Europea hanno deciso di "cancellare l’embargo di armi verso la Siria" così da dare "la possibilità ai paesi membri di fornire armamenti ai ribelli in lotta con il regime di Assad." In questi mesi e con maggior frequenza nelle ultime settimane e giorni ci hanno raccontato la favola di un “esercito di ribelli” sostenuto dalle petromonarchie e dagli occidentali che si oppongono alle “cattivissime milizie” di Assad.

Nel luglio dello scorso anno sono nati in Siria i primi figli del “nikah” il matrimonio ad ore in cui si rende lecito lo stupro. Un “matrimonio” che viene consumato appunto e che può essere “annullato” seduta stante, previo recita della formula del rifiuto.

Numerosi stragi compiute da queste tagliagola sono documentate da giornali inglesi, ed è forse da ascriversi a questo il fatto che il parlamento inglese, per la prima volta, ha detto no al richiamo della sirena-Obama.

Ma, adesso, Obama ha trovato “la pistola fumante” la prova regina che inchioderebbe Assad: egli avrebbe usato armi chimiche il giorno 20 di agosto: anche qui un falso più che probabile. MSF (Médecins Sans Frontières) per esempio dice di non poter né confermare né smentire scientificamente la causa dei sintomi riscontrati sui cadaveri né stabilire chi è responsabile per l'attacco. Ben diverso dalla conferma dell'uso di gas sarin da parte di Assad, come vorrebbero farci credere.

Secondo Jean Pascal Zanders, esperto in armi chimiche e biologiche per l'istituto dell'Unione europea per la sicurezza, i soccorritori sarebbero dovuti morire all'istante a loro volta ed invece erano lì pronti a farsi fotografare per la propaganda di guerra.

Carla Del Ponte (ex procuratore del Tribunale penale internazionale e non ministro della comunicazione del governo siriano) già nel maggio scorso dichiarava in un'intervista alla Radio Svizzera Italiana "Abbiamo potuto raccogliere alcune testimonianze sull'utilizzo di armi chimiche, e in particolare di gas nervino, ma non da parte delle autorità governative, bensì da parte degli oppositori, dei resistenti". All'inizio di giugno in Turchia sono stati arrestati alcuni guerriglieri appartenenti al Fronte al-Nusra (la principale formazione jihadista attiva in Siria) nelle cui abitazioni sono state rinvenute sostanze chimiche come il sarin. Ma sarebbe negli interessi degli USA scatenare una guerra contro la Siria?

 Il tentennare del presidente di quello stato farebbe pensare che hanno dei dubbi in proposito: dubbi che si risolvono sostanzialmente in due opzioni: quella suggerita da Luttwak: continuare ad armare tutti i tagliagola possibili, indebolire e “somalizzare” la Siria “L’Italia non parteciperà a missioni militari (aggressione alla Siria) senza l’avvallo dell’ONU continua a ripetere continuamente e vigliaccamente la Ministro Bonino.

Essa mente: mente perché sa benissimo che in caso di attacco alla Siria gli americani userebbero le Basi di Sigonella, Decimo e forse Trapani Birgi. Basi che risultano essere a giuridsdizione NATO o graziosamente concesse dal governo italiano agli americani. Parteciperemmo, insomma alla guerra senza che neppure la Bonino lo sappia, o peggio, possa fingere di non saperlo.

E, dunque, non rimane che lanciare un appello.

Uno solo: No alla guerra. No alla guerra di aggressione alla Siria!

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