SE OTTO ORE VI SEMBRAN POCHE

 

 

Questo articolo, di Gianni Loy (professore ordinario di diritto del lavoro nell'Università di Cagliari), è stato pubblicato nel N. 28 del Manifesto Sardo

 

 

 

 

 

Cagliari -

 

Se otto ore vi sembran poche, hanno gridato al vento per decenni operai ed operaie, qualche volta sotto il fuoco delle forze dell’ordine, sostenuti dalle loro organizzazioni e dalle istituzioni più attente al problema dello sfruttamento. Sinchè un giorno, in quasi tutti i paesi europei, quel sogno è diventato realtà ed è stato inciso nella legge.

Ancor oggi, la Costituzione italiana stabilisce che sia la legge a stabilire la durata massima della giornata lavorativa. Otto ore per sei giorni alla settimana, perché la domenica era “il giorno del Signore”, fanno quarantotto. Che non sono poche, e poi ci si possono mettere sopra gli straordinari.

Dopo quella conquista, abbiamo passato gli ultimi decenni del secolo scorso, il secolo del lavoro, immaginando una progressiva riduzione dell’orario di lavoro, con l’illusione di poterci appropriare del bello della vita, anche perché è certo che lavorando meno, molto meno, siamo in grado di produrre tutto quanto ci serve per una vita libera e dignitosa, come quella che vorrebbe per tutti i lavoratori la Costituzione italiana.

Le 35 ore hanno rappresentato il momento più alto di quella tendenza. Poi è arrivata la normativa europea. La durata massima della giornata lavorativa è stata eliminata, e la durata massima della settimana lavorativa è stata stabilita in 48 ore settimanali, intese, però, come media. Cioè, ove in una o più settimana del trimestre si lavorasse di meno, in cambio, in altre settimane, l’orario potrebbe essere anche molto più lungo.

Tutto ciò in nome della flessibilità, cioè di quel Dio pagano che scandisce, con sempre maggiore crudeltà, i ritmi del nostro lavoro e della nostra vita. Ma non bastava. I Ministri del lavoro europei, 27 signori, qualche giorno fa hanno concordato il contenuto di una proposta di direttiva sull’orario di lavoro che si spinge assai più avanti nella flessibilità.

Un tempo si sarebbe detto sfruttamento. Ma oggi l’educazione è invalsa nel vocabolario: i padroni sono stati sostituiti dai datori di lavoro, e quando un Banco ti presta dei soldi, magari ad interessi che sfiorano l’usura, dice che ti sta finanziando.

Il fronte delle 48 ore, consacrato dall’Organizzazione Internazionale del Lavoro da ben 91 anni, sembra vicino alla sua Caporetto.

La proposta di Direttiva, che per diventare operativa dovrà passare al vaglio del Parlamento europeo è variamente articolata ma contiene una innovazione che potrebbe essere stravolgente. La proposta stabilisce che la durata massima della settimana lavorativa, che in teoria rimane fissata a 48 ore, può essere elevata a 60 ore tutte le volte che il lavoratore, singolarmente, senza neppure che occorra alcuna autorizzazione da parte del sindacato, sia disposto a concordare un orario superiore con il proprio datore di lavoro.

La possibile estensione sino a 60 ore riguarda la generalità dei casi, con alcune eccezioni verso l’alto (65 ore settimanali) per alcune categorie di lavoratori tra cui i medici. Confesso che avrei paura di affidare la mia salute, in caso di emergenza, ad un medico che abbia sulle spalle 65 ore di lavoro settimanali.

La proposta di direttiva, tra l’altro, intende superare anche le decisioni della Corte di Giustizia europea secondo la quale l’orario delle cosiddette “guardie mediche” deve essere considerato a tutti gli effetti orario di lavoro. Lo scopo della proposta di direttiva, in questo caso, è proprio quella di “scansare” l’applicazione delle decisioni della Corte di Giustizia per evitare i costi elevati che l’applicazione di tali sentenze produrrebbe. Ma, forse, non è solo una mia impressione.

Una ricerca condotta su di un campione di giovani medici americani, ha rilevato che i neolaureati, durante il loro primo anno di specializzazione, hanno lavorato per il 46% delle settimane per più di 80 ore, in alcuni casi sino a 30 ore consecutive. Tale ricerca ha posto in evidenza come il rischio di incidenti stradali tra i lavoratori esposti a turni lavorativi così prolungati sia doppio rispetto a quello normale. E nella loro vita professionale quali sono i rischi? Il meccanismo recepito dai Ministri del lavoro è quello utilizzato, sin dal 1993, nel Regno Unito, il cosiddetto “opting out” in base al quale ciascun lavoratore potrà liberamente contrattare con il proprio datore di lavoro la misura del suo orario di lavoro anche in eccedenza ai normali limiti.

La proposta di direttiva contempla una serie di misure volte a garantire che il lavoratore accetti la variazione di orario volontariamente e non per paura di un licenziamento. Ma è evidente che difficilmente tale libertà di scelta potrà essere garantita. Si tratta di uno degli aspetti più preoccupanti, poiché produce l’effetto di sfaldare, a poco a poco, il fondamento stesso del diritto del lavoro, che per sua natura è collettivo e solidale, incentivando il ritorno alla contrattazione individuale, quella che prima della nascita del movimento operaio, aveva prodotto, in tutta Europa, insopportabili livelli di sfruttamento. E’ questa la linea che il Ministro del lavoro nostrano propone come modello per la riforma del diritto del lavoro in Italia. La decisione di allungare la giornata lavorativa de-tassando gli straordinari ne è un esempio.

Gli effetti del ribaltamento di forze verificatosi alle ultime elezioni non è di poco conto. Il Ministro Damiano, infatti, era apertamente schierato con il fronte, minoritario, dei paesi che si oppongono a queste misure, assieme a Francia, e Spagna, Grecia e Cipro. Ma il cambio di rotta del rappresentante italiano ha finito per indebolire quel fronte che, per tre anni, era riuscito a bloccare l’iniziativa, ora rimessa in marcia sulla base di una proposta della Slovenia. Ed anche la Francia di Sarkosy si è smarcata.

E’ il capitalismo che cambia pelle. Lo aveva intuito Giovani Paolo II, durante il suo pontificato, già da qualche tempo. Ahinoi, anche prima di qualche rampante esponente della nostra “sinistra” e del nostro “sindacato”.

E’ il capitalismo che vuole stravincere negando persino le regole fondamentali dell’economia.

Altroché: “il lavoro non è merce”! Se i paesi produttori pompano meno greggio, il prezzo sale, e l’imprenditore, se vuole produrre, dovrà accettare quel prezzo (salvo che gli Usa non riescano ad innescare una guerra che risolva il problema alle origini). Altrettanto avviene per il prezzo di altri beni aventi la medesima rigidità, come l’energia elettrica o i costi più o meno monopolistici dei trasporti. E’ la legge della domanda e dell’offerta! Ora che i paesi più ricchi (Italia compresa) scontano carenza di manodopera, vista la situazione di piena occupazione che caratterizza non poche aree d’Europa e non pochi settori, la stessa legge della domanda e dell’offerta, in un mercato libero, produrrebbe un aumento del costo della manodopera, cioè dei salari. Se ciò non avviene è perché, per un verso, sono state incentivate migrazioni bibliche di grandi masse di lavoratori che, spostandosi, rispondono ad una domanda che altrimenti rimarrebbe inevasa (dalle badanti ai lavori pericolosi, alle attività infermieristiche ma, sempre più anche lavori qualificati) e, conseguentemente, grazie ad una nuova offerta presentata sul mercato (no importa se regolare o clandestina) si è evitato l’innalzamento del costo del lavoro. Lo stesso effetto viene prodotto dalle misure, come quella che commentiamo, che mediante forme estreme di flessibilità producono, ancora una volta l’abbassamento del costo del lavoro.

In altri termini, di fronte ad una molteplicità di fattori rigidi della produzione, quello del lavoro finisce per essere il più sacrificato, il più elastico, il più strapazzato. E la chiamano modernità.

Tutte le leggi che tolgono le tutele, che ripristinano istituti che avevamo creduto appartenere irrimediabilmente al passato, vengono chiamate “modernizzazione” del diritto del lavoro. Sembra incredibile! 10 ore al giorno! E sappiamo che tanta gente già le fa, anche senza questa sciagurata proposta che consentirà agli Stati di consentirlo legalmente. 10 ore, 2 ore per mangiare, 1 ora per andare e tornare dal posto di lavoro (mezz’ora a tratta è roba da fortunati) 1 ora tra bisogni fisiologici e qualche abluzione. Con otto ore di sonno ne rimarrebbero due al giorno per vivere, cioè accudire ai figli, andare dal medico, leggere i giornali, fare all’amore, stare con gli amici.

E’ tempo in cui le dittature non si producono con un colpo di Stato ma con libere elezioni.

E’ tempo i cui la schiavitù si può praticare anche senza la catena ai piedi.

E’ tempo dove ci viene ancora voglia di gridare: Se otto ore vi sembran poche, andate voi a lavorare.

 

 

Gianni Loy   -   www.manifestosardo.org